Monachesimo nel periodo tardo antico

Al margine della chiesa ufficiale, essendo un movimento laico, vi era il fenomeno del monachesimo, la cui fortuna crebbe esponenzialmente nella tarda antichità.

Il monachesimo nacque in Egitto, tra il III ed il IV secolo, in due diverse forme: anacoretico (o eremitico), e cenobitico (o comunitario). Esso rappresentava la forma più perfetta d’attuazione dello spirito cristiano, ed ebbe un gran numero di seguaci di ambo i sessi in tutti gli strati della società, in molte zone dell’Impero.

Le zone desertiche costituivano una meta per tutti coloro che decidevano di vivere una vita ascetica, lontani dalla società e dal mondo, dedicandosi alla contemplazione, e sottomettendosi spontaneamente ad incredibili sofferenze.

Essendo la letteratura monastica molto vasta, son giunti fino a noi innumerevoli testimonianze ed esempi di persone che hanno preferito lasciare le loro ricchezze e agi per dedicarsi alla preghiera, al digiuno, alle pratiche ascetiche.
L’esperienza ascetica era considerata la forma più alta di spiritualità.

Nell’Oriente, culla del monachesimo cristiano, si svilupparono le forme più radicali di mortificazione della carne, per perseguire l’elevazione dello spirito.

Vi erano i monaci boskoi, che vivevano nel deserto; i dendriti, la cui abitazione era un albero; e gli stiliti, i quali si ritiravano su colonne alte fino a diciotto metri, per condurvi una vita ascetica. Quest’ultima pratica, in particolare, ebbe origine in Siria nel 422.
Lo stilitismo affascinò subito i Romani d’Oriente, e si diffuse in tutti i territori orientali e oltre.

In Occidente, invece, questa pratica non incontrò un tale favore, tanto che si ha notizia solo di un caso di VI secolo. Un diacono longobardo, Vulfilaico, che si mise a vivere su una colonna, nelle Ardenne, dove rimase finché alcuni vescovi non lo costrinsero a scendere, convincendolo che la pratica non era adatta al clima del luogo.
Una certa opposizione allo stilitismo era presente, tuttavia, anche nel clero della parte orientale dell’impero, che tuttavia non ebbe molto successo nel contrastarla.

Lo scopo di tanta sofferenza era di raggiungere il dominio delle passioni. Attraverso queste pratiche, il monaco acquisiva la capacità d’esser guarigioni, miracoli, e predire il futuro.

La scelta della vita monastica era un fatto soggettivo.
Nonostante l’esaltazione che ne facevano i scrittori antichi, questa scelta non sembrava che fosse sempre operata per ragioni dettate da una sorta di misticismo, ma anche per fuggire dalla società e dai guai.

L’accesso al monachesimo organizzato non trovò grandi limitazioni pubbliche, nonostante sottraesse forza lavoro allo stato e causasse un certo calo demografico.

La legge civile, almeno in Occidente, si interessò al tema solo nel 453, col divieto di accattare negli edifici monastici schiavi e servi della gleba senza il consenso dei loro padroni.
Una norma simile in Oriente apparve nel 484.
Nel VI secolo, Giustiniano si pose il problema di legiferare al riguardo e di fornire delle regole, ovvero stabilire una condotta di vita. Infatti, i monasteri e le loro comunità sorgevano per iniziativa dei fondatori, i quali stilavano delle regole.

Tra il IV ed il VI secolo s’affermarono due distinti canoni: in Oriente, la disciplina monastica era basata sulle Regole di san Basilio; in Occidente, su quelle di san Benedetto.

Giustiniano fece entrare nella legislatura l’ideale monastico orientale, rigettando l’organizzazione della laura, sorta nel deserto di Nitria, nel IV secolo – una via di mezzo tra eremitismo e cenobitismo, nella quale i monaci vivevano nelle singole celle, ma avevano degli esercizi spirituali in comune.

L’imperatore ammise solo la vita in comune, condannando i monaci erranti e mendicanti, ma tollerando gli anacoreti che soggiornavano attorno a strutture monacali.
Vietò, inoltre, un altro fenomeno molto diffuso: i monasteri misti, con uomini e donne, prescrivendo una rigida separazione.
Ebbe tuttavia scarsi risultati, dato che dovette ritornare sul tema poco dopo.

La comunità, inoltre, doveva far capo ad un superiore, detto igumeno o archimandrita, eletto dai confratelli, ma confermato dal vescovo, il quale deteneva un potere assoluto su tutta la comunità. Al vescovo spettava anche il controllo della fondazione dei monasteri.

Per quanto concerneva il “reclutamento”, invece, vennero imposte rigide regole: si richiedeva un noviziato di almeno tre anni, e l’accesso era precluso alle categorie legate al servizio dello Stato.

In tal modo, l’autorità imperiale e la Chiesa cercavano di tener sotto controllo un fenomeno che aveva già creato problemi d’ordine pubblico per i suoi forti contenuti “anarchici”.
Era necessario riaffermare l’autorità del sovrano e del vescovo, nei termini già ribaditi dal Concilio di Calcedonia.

Anche uno dei successori di Giustiniano, Maurizio, intervenne sul tema, proibendo ai soldati semplici non ancora congedati e a quei funzionari i cui conti non fossero ancora stati revisionati dal Tesoro, di entrare in monastero.
Questa sua norma venne tuttavia osteggiata dal vescovo di Roma, Gregorio Magno.

L’ostilità nei confronti dei monaci, inoltre, si ritrova anche in testi di autori cristiani, come san Gerolamo. Egli riteneva questi monaci del deserto fossero rozzi ed ignoranti.

Ovviamente, anche i pagani guardavano a queste stravaganti forme ascetiche con sospetto.

Nel 386, ad esempio, Libanio lesse dinanzi all’imperatore Teodosio I l’Orazione in difesa dei templi, un testo che accusava fortemente queste comunità cristiane.
L’occasione gli venne fornita dalle violenze perpetrate da queste contro i templi delle divinità pagane, di cui già da tempo era iniziata la demolizione, in barba alle leggi vigenti.

In conclusione, il monachesimo riscosse davvero un enorme successo nel mondo tardo antico, forse proprio a causa non solo del suo misticismo ed ascetismo, ma anche della sua stravaganza.

A questi monaci era concesso di tutto, anche di oltraggiare la porpora e la corona imperiale.
Accade, infatti, che uno di questi monaci girovaghi, un monofisita, si recò a Costantinopoli, e davanti a Giustiniano e sua moglie, l’imperatrice Teodora, fece un’irriverente ramanzina.
Quando la sovrana, per tutta risposta, chiese all’eunuco di corte di porgere all’uomo un dono, il monaco si infuriò e lo gettò.

Letture consigliate

G. Ravegnani 2015, La vita quotidiana alla fine del mondo antico

G. Ravegnani 2016, Teodora


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