“Shock and charge”. La legione romana in battaglia

La legione romana si schiera sul campo, in un solido e compatto muro di scudi. A piè fermo, magari dopo aver formato la sua testudo, riceve l’urto della disordinata e urlante orda barbarica, che viene respinta e poi fatta a pezzi o messi in fuga.

Questa è l’immagine che film e altri media ci hanno inculcato su come si comportava la legione romana sul campo.

Immagine in gran parte sbagliata.

Le fonti antiche ci offrono invece un quadro molto diverso, nel quale sono le legioni romane a scagliarsi aggressivamente all’attacco del nemico.

Anche queste fonti antiche, tuttavia, non sono sempre cristalline nel descrivere come si comportasse effettivamente la legione romana in battaglia, inducendo gli storici moderni a trarre molte interpretazioni.

Questo è poi particolarmente vero se prendiamo a riferimento l’esercito romano manipolare del periodo repubblicano, descritto da storici antichi come Polibio e Cesare.

Alcuni delle ipotesi più recenti, sostenute da storici come Gastone Breccia e Giovanni Brizzi, ci aiutano a fare luce sulla questione.











Le fonti antiche

“[I Romani] Caricavano il nemico lanciando il loro grido di guerra e sbattendo le armi contro lo scudo, secondo il loro costume.”

(Polibio, Historiae, 15.12.8)

È ormai assodato da tutti gli studiosi di storia militare romana che l’esercito manipolare (e in seguito anche quello coortale) non aspettasse a piè fermo il nemico, ma avanzasse per arrivare all’impatto in corsa, dopo il lancio dei pila contro la formazione avversaria.

Come sintetizza Gastone Breccia: “i legionari della prima acies non aspettavano a piè fermo l’urto nemico; non avevano né le armi né l’addestramento per farlo.”

Questo tipo di tattica aggressiva della legione romana repubblicana è confermato in pieno, sia direttamente che indirettamente, da diversi passi di Cesare, sia nel De bello gallico che nel De bello civili.

Cesare racconta di come, durante una battaglia in Gallia contro Ariovisto, i legionari “si scagliarono sui nemici con tale irruenza, ed i nemici con tale repentinità e velocità balzarono in avanti, che non rimase lo spazio per lanciare sugli avversari i pila”.

Ricostruzione della legione romana repubblicana in battaglia. Ricostruzione a cura del gruppo Legio I Italica. Notare come gli spazi tra i legionari siano più stretti di quanto descritto nell’articolo.
Ph. Martina Cammerata Photography.

Sempre Cesare, raccontando poi della battaglia di Farsalo, ci spiega la decisione insolita di Pompeo di non fare avanzare le proprie coorti: “Tra le due schiere vi era rimasto solo lo spazio che bastava ai due eserciti per venire all’attacco. Ma Pompeo aveva precedentemente detto ai suoi di aspettare l’assalto di Cesare e di non muoversi dalla posizione e di lasciare che l’esercito di Cesare si scompaginasse”

Nelle righe successive spiega come questa scelta fu dettata dall’idea di apportare una novità tattica che potesse cambiare le sorti della battaglia.

“Sperava che trattenendoli sulle loro posizioni, i giavellotti sarebbero caduti con danno minore di quello subito andando incontro ai proiettili scagliati; nello stesso stesso tempo sperava che i soldati di Cesare venissero fiaccati dalla distanza doppia che dovevano coprire di corsa”

E fa un’analisi lucida, per quanto non imparziale, di quanto questa scelta si rivelerà sbagliata:

“Ma invero ci sembra che Pompeo abbia fatto ciò senza nessuna ragione, poiché per natura sono innati in tutti l’entusiasmo e l’esuberanza che vengono accesi dal desiderio di battaglia. I comandanti non devono reprimerli, ma potenziarli; e non invano nell’antichità si stabilì che le trombe squillassero da ogni parte e tutti quanti levassero grida; si pensò di atterrire con questi mezzi i nemici e di incitare i propri soldati”

(Cesare, De bello civili, 3.92)

Vediamo come in queste poche righe, Cesare spiega in modo chiaro il pensiero degli antichi Romani su quale fosse il modo adeguato per affrontare una battaglia e sottolinea ulteriormente quanto la scelta di Pompeo sia stata un’eccezione.

Plutarco riferisce che anche Mario fece una scelta simile a quella di Pompeo, ad Aquae Sextiae (seppur con un esito totalmente inverso), ma anche in quel caso il fatto viene citato proprio per la sua eccezionalità rispetto alla norma.

Questo modo di combattere, denominato dai moderni studiosi “shock and charge” (dove ovviamente “shock” è riferito alla fase di tiro, mentre “charge” alla carica dei legionari), è ancora ben attestato anche nelle fonti scritte di epoca altoimperiale.

Come esempio tra i meglio descritti, abbiamo un interessante passo di Cassio Dione dalla narrazione della battaglia di Watling Street tra Svetonio Paolino e Boudicca, regina degli Iceni e leader dei Britanni, nel 60 d.C.

“I due eserciti si avvicinarono, i barbari con gran rumore mescolando grida e minacciosi canti guerreschi, i Romani ordinati e silenziosi , finché arrivarono a un lancio di giavellotti dal nemico. A questo punto, mentre l’avversario continuava ad avanzare al passo, ad un segnale i Romani accelerarono e caricarono a tutta velocità, e al momento dell’impatto non ebbero difficoltà a scompaginare le fila del nemico.”

(Cassio Dione, Historia Romana, 62.12.1-2)











Scutum e arma bianca: una combinazione offensiva

A suffragare ulteriormente l’uso della tattica “shock and charge” da parte dei legionari romani repubblicani e altoimperiali vi sono le loro stesse armi: la coppia scutum-gladius (nonché altre armi bianche usate dai legionari della repubblica, quali lo xiphos) è un armamento indice di un tipo di combattimento molto mobile e dinamico, fatto soprattutto per offendere e cercare il combattimento ravvicinato.

Un armamento in contrapposizione con la combinazione clipeushasta della falange oplitica, più adatto a ricevere ed attutire l’urto della carica nemica – e più simile, almeno nella linea generale, a come i fanti romani combatteranno in epoca tardoantica.

Sotto quest’ottica trovano un significato maggiore i triarii dell’esercito repubblicano manipolare: non solo una reminiscenza della tradizione falangitica della Roma monarchica (se diamo per buono che i Romani usassero, oltre all’armamento, anche l’esatto tipo di combattimento falangitico alla greca), ma una riserva fissa dietro cui potessero ricompattarsi hastati e principes nel caso in cui i loro attacchi fossero falliti.

Situazione ben descritta da Tito Livio con l’ormai celebre espressione “res ad triarios rediit”.

Leggi anche Le spade dei Romani. Un breve excursus (VIII sec. a.C. – XI sec. d.C.)

I legionari romani scagliano i pila, prima di sguainare le spade e lanciarsi all’attacco del nemico. Ricostruzione del gruppo Legio I Italica. Notare come gli spazi tra i legionari siano più stretti di quanto descritto nell’articolo.
Ph. Martina Cammerata Photography.

Il lancio dei pila: un problema di spazi

Come si è visto, è ben attestato che i pila venissero lanciati dai legionari in corsa prima di impattare con il fronte nemico.

Viene da domandarsi però come potessero fare tutto ciò mantenendo la stessa minima distanza tra i manipoli, i quali, come è noto, erano disposti a scacchiera sul campo di battaglia.

Anche da prove sperimentali, infatti, è stato provato che, in fase di lancio, i soldati avrebbero teso a prendere molto più spazio.

Ciò renderebbe impossibile, come fin’ora hanno supposto molti studiosi, che gli spazi tra i manipoli della prima linea venissero riempiti da quelli della seconda linea (manipoli posterior).

Lo storico Gastone Breccia fornisce un’interessante ipotesi ricostruttiva sull’uso degli spazi tra i manipoli.

Questi spazi avrebbero sì lo scopo di essere riempiti, non dal manipolo posterior, ma dagli stessi manipoli in prima linea.

Questi, dopo aver lanciato i pila, si troverebbero a coprire in modo omogeneo il fronte poiché la cinetica del lancio avrebbe portato i legionari a riempire naturalmente gli spazi, andando a coprire un fronte quindi doppio.

Come sintetizza lo stesso Breccia: “[…] del resto Polibio dice sostanzialmente la stessa cosa quando descrive il passaggio dall’ordine chiuso, in cui ogni legionario occupava circa tre piedi, all’ordine di combattimento in cui era necessario uno spazio almeno doppio (Polibio, XVIII 30.6-10).”

Schema delle fasi di ingaggio della legione repubblicana in battaglia. I numeri sono semplificati per comprensione del lettore e facilità di rappresentazione, non rispecchiano la reale proporzione numerica di legione e manipoli.











Bibliografia

Fonti primare

Cassio Dione, Storia romana
Cesare, De bello gallico
Cesare, De bello civili
Plutarco, Vite Parallele
Tito Livio, Ab urbe condita
Tacito, Agricola

Studi moderni

G.Breccia, Scipione l’Africano, 2017.
G. Breccia, I figli di Marte, 2018
G. Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, 2013.
C. McNab, L’esercito di Roma, 2011.
F.Quesada, Individual fighting tecniques in “L’hellénisation en Méditerranée occidentale au temps des guerres puniques”, a cura di H. Guiraud, P. François, P. Moret, S. Péré-Noguès, 2006.


4 thoughts on ““Shock and charge”. La legione romana in battaglia

  1. Bellissimo articolo e considerazioni estremamente interessanti.
    Oltre alle considerazioni tattiche fatte, i comandanti romani erano ben consapevoli della psicologia dei propri soldati, e non a caso i riferimenti di Cesare su Farsalo sono i più acuti di tutti.

    Sarebbe interessante un articolo sulla sfida rappresentata, per la fanteria legionaria, dai popoli a cavallo (Parti/Sasanidi e nomadi della steppa), contro cui la fanteria non poteva caricare.

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    1. È stato davvero un piacere leggere ed editare questo articolo, specie per la chiarezza con la quale Matteo ha spiegato l’argomento.

      Riguardo a quanto dici tu, l’argomento sarebbe sicuramente interessantissimo. Un buon punto di partenza potrebbero essere le varie campagne che si sono succedute in Oriente dopo Crasso, che spesso hanno visto i Romani vittoriosi; e i combattimenti, per quanto piuttosto tardi, delle guerre marcomanniche, nelle quali i legionari molto spesso dovettero affrontare cavallerie come quelle di Iazigi e Sarmati.

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  2. Complimenti per l’articolo, molto ben fatto. Mi rimane però una domanda: se gli spazi nei manipoli si allargavano per permettere ai soldati di lanciare i pila, poi quando avveniva lo scontro la distanza tra soldato e soldato non indeboliva la carica e non inficiava il concetto di muro di scudi compatto?

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    1. Buongiorno, sta proprio qui il punto della questione: il concetto di muro di scudi compatto è frutto di visione moderna sbagliata, i romani concepivano la guerra come uno scontro aggressivo il cui obiettivo era, attraverso la forza dell’urto,guadagnare terreno cercando di scompaginare le fila nemica ed indurle al panico ed alla conseguente fuga.

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