La battaglia di Phoenicus (655): gli Arabi invadono il Mediterraneo.

Alla metà del VII secolo, l’impero romano stava combattendo una vera e propria lotta per la sua stessa esistenza.

Se in Occidente e nei Balcani la situazione era già critica, con i territori europei invasi da Longobardi e Slavi, in Oriente era disperata. Gli eroici sforzi dell’imperatore Eraclio (610-641) che avevano portato alla disfatta dell’impero sasanide e alla riconquista dei territori orientali perduti nel 629, andarono in fumo nel giro di pochissimi anni, quando gli Arabi si affacciarono da conquistatori ai confini sud-orientali dell’impero.

Nel 636, i Romani subirono una devastante sconfitta a Yarmuk, con la quale gli Arabi conquistarono la Siria, aprendo così la strada all’invasione dell’Egitto e dell’Africa. Nel 642, i nuovi conquistatori entravano ad Alessandria.

641
L’impero romano all’ascesa al trono di Costante II, nel 641. Il cerchietto rosso in Asia Minore indica dove si svolse la battaglia di Phoenix.

Lotta per il dominio del mare

Nonostante le difficoltà e la conquista araba apparentemente inarrestabile, i Romani continuavano a essere padroni incontrastati del Mediterraneo.

Il fatto di aver perso porti di primaria importanza quali Acri, Tiro, Porto San Simeone (il porto al servizio di Antiochia) non aveva cambiato questa situazione, della quale l’impero cercò subito di fare un vantaggio sugli Arabi, i quali non avevano alcuna esperienza di navigazione, tanto meno di guerra navale.

Durante il regno di Costante II (641-668), il primo vero contrattacco romano contro gli Arabi fu proprio una spedizione navale. Nel 645, l’ammiraglio Manuele salpò verso l’Egitto con una grande flotta e riuscì persino a riconquistare Alessandria (un successo, comunque, di breve durata poiché nel 646 Abūʾl-Aʿwar ‘Amr ibn al-‘As la riconquistò in modo definitivo).

I più alti comandi arabi non ci misero molto a comprendere che andavano prese contromisure efficaci. Così, oltre a conquistare gli scali portuali e le principali basi navali romane per tagliare fuori gli imperiali, vennero iniziati sia nel Levante che in Egitto lavori su vasta scala per la costruzione di navi e flotte da guerra.

Avendo da poco conquistato i territori romani, gli Arabi potevano affidarsi fin da subito a manodopera specializzata che costruisse per loro, e probabilmente manovrasse, i vascelli di cui avevano bisogno.

Non stupisce quindi che le navi delle prime flotte arabe, le shalandiyyat (sing. shalandi), fossero pressoché indistinguibili dai dromoni imperiali: navi agili con un equipaggio relativamente esiguo di al massimo 50 uomini, di basso tonnellaggio, con un solo ordine di remi e vela triangolare latina. Non è da escludere che in alcuni porti gli Arabi fossero riusciti a mettere le mani anche su dromoni romani già assemblati e pronti all’uso.

Al pari dei Vandali, che due secoli prima avevano compiuto una similare e rapida “conversione” alla guerra navale, gli Arabi si dimostrarono sin da subito capaci di saper sfruttare al massimo il potenziale delle loro nuove flotte.

L’espansionismo marittimo fu guidato in particolar modo dai due comandanti e politici più abili del califfato: il già conquistatore e governatore d’Egitto, Abūʾl-Aʿwar, e il governatore della Siria, Mu’awiya ibn Abu Sufyan. Quest’ultimo, dopo l’occupazione della Cappadocia, nel 649 era pronto a iniziare la prima campagna navale araba.

kellia egypt
Resa grafica di un vascello rappresentato in un affresco da Kellia in Egitto, datato al VII secolo. (da “Byzantine Warship vs Arab Warship”, di A. Konstam).

654, l’offensiva di Mu’awiya

I primi obiettivi di Mu’awiya furono le isole del Mediterraneo orientale. Nel 649 il governatore della Siria salpò per Cipro, e la devastò, ritirandosi solo dopo aver ottenuto un gravoso tributo da parte dell’arconte dell’isola.

Ma solo nel 654, forse incoraggiato dai successi degli anni precedenti, Mu’awiya intraprese una campagna marittima su larga scala contro l’impero romano, dispiegando un gran numero di mezzi e uomini.

Secondo Teofane Confessore, Mu’awiya nel 649 era già in possesso di un’enorme flotta di 1700 navi, ma lo storico persiano Al-Baladhuri, narrando della conquista definitiva dell’isola del 654, riporta una cifra ben più bassa di 500 vascelli. Se la cifra di Teofane fosse corretta, non è da escludere che Mu’awiya, avendo già saggiato le difese di Cipro, avesse ritenuto che bastassero meno mezzi per conquistarla. Nello stesso anno, venne conquistata anche Rodi, e i resti del famoso Colosso di Rodi, come ricorda Teofane, vennero comprati da un mercante ebreo e portati via su ben novemila cammelli.

Mu’awiya inviò le sue navi anche a compiere le prime razzie a Creta, e via terra i suoi eserciti riuscirono a saccheggiare con successo l’Armenia e a mettere in fuga le forze romane, costringendole a ripiegare sul Caucaso.

Alla fine del 654, avendo saggiato sia le sue forze che quelle imperiali, Mu’awiya era finalmente pronto a dare il via all’impresa più ambiziosa di tutte: la conquista di Costantinopoli.

Tra la fine del 654 e gli inizi del 655, Mu’awiya ordinò che i lavori di costruzione delle navi riprendessero e fossero intensificati nelle principale città costiere, tra le quali anche Tripoli in Fenicia (oggi in Libano). Tali preparativi non passarono certo inosservati agli abitanti del luogo.

Due fratelli, cristiani e figli di “boukinator” (βουκινάτορ, non sappiamo se sia il nome proprio o se si riferisca a un “musico” militare), dei quali purtroppo ignoriamo il nome, si resero conto di quanto stava accadendo. Accesi “da zelo divino”, come riporta Teofane Confessore, decisero che dovevano agire.

I due fratelli accorsero alle prigioni di Tripoli, riuscirono a entrarvi e liberarono i prigionieri. La maggior parte di questi erano prigionieri di guerra romani, quasi sicuramente soldati catturati durante le più recenti campagne di conquista. L’opportunità di potersi prendere una rivincita non dovette sembrar loro vera. Guidati dai due fratelli, i prigionieri iniziarono un attacco alla città dall’interno. L’emiro di Tripoli e i suoi uomini vennero massacrati, i materiali per la costruzione delle navi vennero dati alle fiamme, e i prigionieri presero il largo verso i territori imperiali –non conoscendo il numero dei prigionieri, non è possibile dire con quante navi.

Non sappiamo quale fu il danno effettivo alle attrezzature militari arabe di Tripoli. Mu’awiya, quando venne a sapere dell’accaduto, era impossibilitato a intervenire, probabilmente militarmente impegnato altrove, anche se non si può affermare con precisione dove (Teofane Confessore riporta che il governatore della Siria stava assediando Cesarea in quel momento, ma da altre fonti sappiamo che la città era già stata assalita da Mu’awiya in precedenza).

Mu’awiya non avrebbe abbandonato il progetto di conquistare Costantinopoli per via di un intoppo del genere. L’incarico di mettere insieme e guidare una spedizione navale fu affidato quindi ad Abūʾl-Aʿwar, che si era da poco fatto le ossa nell’utilizzo della flotta nelle recenti campagne contro le coste settentrionali dell’Africa. Radunati i suoi vascelli, principalmente dall’Egitto, nel 655 Abūʾl-Aʿwar salpò quindi verso nord, verso le coste dell’Asia Minore.

La battaglia di Phoenix: la fine dell’egemonia romana sul Mediterraneo

I fuggiaschi di Tripoli riuscirono probabilmente a raggiungere Costantinopoli e ad avvisare l’imperatore, l’allora venticinquenne Costante II, dei preparativi degli Arabi in corso. Pur avendo bloccato la costruzione navale a Tripoli, dovevano aver compreso che ciò non avrebbe fermato, ma solo ritardato, l’attacco arabo.

Costante decise di muovere all’attacco per tempo. Radunò la sua flotta, che secondo una fonte araba ammontava a un migliaio di navi, e salpò verso la costa occidentale della Licia, fermandosi presso Phoenicus (odierna Finike). Costante II guidava personalmente la spedizione, alla quale si erano uniti anche i due fratelli di Tripoli.

dromon-malaga
Graffito rappresentante un dromone da Malaga, VI-VII secolo. Le navi di Costante II dovevano essere quasi identiche a questa.

Le fonti tacciono sul perché Costante avesse scelto questa particolare destinazione. Vista la vicinanza tra la Licia e l’isola di Rodi, appena conquistata dagli Arabi, possiamo supporre che l’imperatore volesse riportare l’isola sotto il dominio romano. Un’altra spiegazione si potrebbe leggere tra le righe della storia di Al-Tabari:

In questo anno, cioé, il 35, Qustantin b. Hirkal fece vela con un migliaio di navi per il territorio dei Musulmani. Ma Allah causò una tempesta per sopraffarle e affondarle. Qustantin b. Hirkal, comunque, sopravvisse e andò in Sicilia.”

Pur contenendo diversi errori –la totale assenza di riferimenti a scontri navali; l’anno dell’evento, visto che il 35 corrisponderebbe al 657; Costante non era figlio di Eraclio (Hirkal), ma il nipote; Costante non passò in Sicilia fino al 663–, una tempesta potrebbe essere uno dei motivi per cui Costante si fermò in Licia, presso Phoenicus, forse mentre faceva rotta oltre Rodi, puntando piuttosto ad altri obiettivi che non conosciamo. Bisogna comunque tenere anche presente che l’intervento di una tempesta “divina” ricorre innumerevoli volte nella letteratura e nella storiografia del periodo, sia romana che araba.

Quale che fosse il vero motivo di Costante, una volta fermatosi a Phoenix l’imperatore vide comparire all’orizzonte la flotta di Abū’l-A’war. Gli studiosi piuttosto concordemente ritengono che la flotta araba fosse in inferiorità numerica rispetto a quella imperiale. Una sola fonte, la storia dell’armeno Sebeos, di poco posteriore agli eventi, così enumera le truppe raccolte da Mu’awiya per la campagna contro Costantinopoli (senza considerare eventuali perdite subite a Tripoli): “Prepararono vascelli militari ad Alessandria e in tutte le città costiere, e riempirono le navi con soldati e macchine da guerra. Avevano 300 vascelli molto grandi, con 1000 cavalieri selezionati su ogni nave. [Mu’awiya] ordinò anche che fossero realizzate 5000 navi leggere. A causa del loro peso leggero, vi mise pochi uomini, 100 uomini per nave, così che potessero scivolare rapidamente sulle onde del mare intorno alle navi molto grandi. Quindi [Mu’awiya] le inviò attraversò il mare.” Sembra di intendere che le 300 navi grandi siano vascelli da trasporto, mentre forse le 5000 navi leggere potrebbero corrispondere a shalandiyyat. In questo secondo caso, la cifra è probabilmente di molto esagerata. Visti i numeri testimoniati dalle campagne di Mu’awiya, e considerato che per l’assedio arabo di Costantinopoli meglio progettato, quello del 717, furono impiegate secondo Teofane 1200 navi, penso sia lecito supporre che i vascelli di Abū’l-A’war adatti al combattimento ammontassero più realisticamente a un numero compreso tra i 500 e i 1000.

Prima che una delle due parti attaccasse battaglia, calò il buio. Quella notte, Costante fece un sogno, nel quale vide se stesso a Tessalonica. Non capendo il significato di quel sogno, fece chiamare un interprete dei sogni: questi, costernato, spiegò a Costante che la sua visione significava che la vittoria sarebbe arrisa al nemico (la profezia dell’interprete di sogni si basa su un gioco di parole intraducibile. L’imperatore in sogno vide sé stesso a Tessalonica, in greco Θεσσαλονίκη. Ebbene, ciò suggerisce la frase greca θὲς ἄλλῳ νὶκην, che si può tradurre come “Si dia a qualcun altro la vittoria”).

Possiamo quindi immaginare lo stato nel quale doveva essere il giovane Costante, quando stava per iniziare la battaglia. Sembra comunque di capire dalle fonti che, se davvero era a conoscenza di tale presagio infausto, incredibilmente fece davvero di tutto per farlo divenire veritiero, non facendo nemmeno schierare in modo ordinato le sue navi. Così descrive Teofane: “L’imperatore, che non aveva preparato in alcun modo la sua linea di battaglia, ordinò alla flotta romana di combattere. Quando le due forze vennero a battaglia, i Romani furono sconfitti, e il mare era tinto di sangue romano.”

La battaglia non è descritta, ma possiamo immaginarla abbastanza chiaramente. Se le navi non si colpivano tra loro a distanza con gli arcieri o le macchine da lancio posizionate sui castelli di prua e poppa, gli equipaggi dovevano far avvicinare i vascelli a quelli avversari, per permettere agli armati a bordo di saltare sulle navi nemiche per catturarle, scatenando feroci combattimenti sui ponti delle navi per il controllo delle imbarcazioni.

Con la sua nave ormai presa d’assalto da innumerevoli nemici, Costante si vide senza speranza, destinato a morire in quella battaglia navale. Mise indosso a uno dei suoi ufficiali le insegne del suo rango imperiale, così che il suo cadavere non potesse essere riconosciuto.

Quando ormai tutto sembrava perduto per l’imperatore, fu portato inaspettatamente in salvo: uno dei due fratelli di Tripoli saltò sulla nave imperiale e portò velocemente Costante in salvo su una nave vicina, sacrificando se stesso. Teofane descrive bene la scena: “[…] poi, uno dei figli di boukinator saltò a bordo della nave dell’imperatore, afferrò l’imperatore e lo trascinò su un’altra nave, così salvandolo inaspettatamente. Quest’uomo valoroso quindi si posizionò coraggiosamente sulla nave dell’imperatore e uccise molti dei suoi nemici, prima di dare la vita per l’imperatore. I nemici lo circondarono e lo tennero in mezzo a loro, pensando che fosse l’imperatore; e, dopo che ebbe ammazzato molti di loro, lo uccisero, così come uccisero l’uomo che indossava le vesti imperiali.”

Costante, che non era certo un codardo, come dimostrò nel corso del suo regno, approfittò del suo improvviso salvataggio e fuggì a Costantinopoli, “abbandonando tutti i suoi uomini”, come commenta Teofane.

Secondo Sebeos, che però non ricorda alcuno scontro navale, gli Arabi avrebbero veleggiato verso Costantinopoli per assediarla, ma la parte della flotta che avrebbe dovuto dare l’assalto alle mura sarebbe stata completamente distrutta da una tempesta “divina”, a seguito della quale gli Arabi si ritirarono.

Che il tentativo di assedio ci sia stato o meno, gli Arabi vittoriosi non ebbero modo di sfruttare appieno la vittoria. Il califfo Uthman morì nel 655, a poca distanza dalla battaglia, e si era scatenata una guerra civile tra i sostenitori di Mu’awiya e di ‘Ali, genero di Maometto. Mu’awiya si dovette quindi affrettare ad abbandonare i suoi progetti di gloria e a chiedere una tregua a Costante II, con la quale si impegnò persino a versare dei tributi all’impero. La guerra civile vedrà vittorioso Mu’awiya, che sarà il primo califfo omayyade, solo nel 661.

La sconfitta di Phoenicus, anche conosciuta col più suggestivo nome di “Battaglia degli alberi” (in riferimento agli alberi delle navi), fu la prima pesante sconfitta dei Romani contro gli Arabi in mare: da quel momento in poi, non solo era sfumata per sempre la possibilità di una riconquista romana della Siria ed dell’Egitto, ma l’egemonia romana sul Mediterraneo era svanita, e la via per gli Arabi verso Costantinopoli aperta. Il mare tornò definitivamente a essere, per i Romani, un campo di battaglia.

Bibliografia

Fonti

Sebeos’ History

“The Chronicle of Theophanes”, ed. e tr. H. Turtledove.

“The Chronicle of Theophanes Confessor. Byzantine and Near Eastern History, AD 284-813”, ed. e tr. C. Mango, R. Scott.

The History of Al-Tabari. An annotated translation. Vol. XVI.

“The Origins of the Islamic State, being a translation from the Arabic, accompanied with annotations, geographic and historic notes of the Kitab futuh al-Buldan“.

Studi moderni

Konstam A., “Byzantine Warhsip vs Arab Warship: 7th-11th centuries”, Oxford 2015.

Ostrogorsky G., “Storia dell’impero bizantino”, München 1963.

Treadgold W., “A History of the Byzantine State and Society”, Stanford 1997.


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