Bellum Batonianum: la rivolta dalmato-pannonica (6-9 d.C.)

Nel 6 d.C., il territorio conosciuto dai Romani come Germania era stato quasi del tutto conquistato.

Tiberio, che già tra l’8 e il 7 a.C. aveva allargato l’influenza di potere romana dal Reno portandola fino al fiume Visurgis (oggi il Weser), dopo essere rientrato dal suo esilio volontario a Rodi ed essere stato adottato da Augusto per succedergli sul seggio imperiale, tra 4 e 6 d.C. aveva quasi completato l’opera di sottomissione della Germania fino al fiume Albis (l’Elba).

Non mancava ormai che un ultimo passo per completare l’opera: la conquista del regno di Maroboduo, re dei Marcomanni, situato nel territorio della Boemia.

Ciò doveva avvenire con una magistrale operazione militare, una enorme manovra a tenaglia che avrebbe visto coinvolte da nord-ovest le legioni di Germania al comando di Saturnino, da sud le legioni dell’Illirico al comando di Tiberio stesso.

Ma, come commenta Velleio Patercolo, “la fortuna rompe i propositi degli uomini e talvolta indugia”. Il generale aveva già predisposto i suoi quartieri invernali sul Danubio, e sia lui che Saturnino si trovavano ormai a soli cinque giorni di marcia dal nemico, pronti a congiungersi per schiacciare del tutto Maroboduo, quando giunse notizia che Pannonia e Dalmazia, sottomesse proprio da Tiberio quindici anni prima, erano in rivolta.

Si apriva così quella che Svetonio definì la più dura e faticosa guerra che i Romani avessero fino a quel momento sostenuto dai tempi delle Guerre Puniche.

Le ragioni e i numeri della rivolta

La rivolta dalmato-pannonica nacque probabilmente a causa della cattiva e rapace amministrazione romana del territorio.

Secondo Velleio Patercolo, fonte principale degli eventi con Cassio Dione e Svetonio, nei quindici anni che seguirono la prima conquista di Tiberio, i Dalmati erano rimasti quieti molto a fatica, dovendo versare tributi ingenti allo Stato romano. Tuttavia, la goccia che fece traboccare il vaso fu la richiesta di Marco Valerio Messalla Messalino, nel 6 d.C., di un certo numero (a noi ignoto) di reclute proprio dalla Dalmazia e dalla Pannonia, delle quali era governatore, in vista della campagna marcomannica contro Maroboduo.

Già vedendo le proprie generazioni più giovani stroncate da quella guerra dalla quale si sentivano estranei, i Dalmati decisero che fosse tempo di farla finita con la dominazione romana, presto seguiti dai Pannoni.

I numeri della ribellione sono impressionanti: Velleio Patercolo riporta che la popolazione in rivolta ammontava a 800.000 persone, mentre i combattenti dei ribelli di entrambi i popoli assommavano a 200.000 fanti e 9.000 cavalieri. Guerrieri ai quali erano perfettamente note sia la disciplina che le tattiche di guerra romane, nonché la lingua latina, e che si sarebbero rivelati nemici durissimi da piegare.

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I territori teatro della rivolta dalmato-pannonica. In marrone, i territori controllati dai Pannoni (tra la Sava e la Drava) e i Dalmati (a sud della Sava) nel 6 d.C., all’inizio della guerra.

L’inizio della rivolta e le prime risposte romane

I primi a ribellarsi nel 6 d.C. furono i Dalmati Desiziati, guidati da Batone (che, insieme al suo omonimo in Pannonia, dà il nome a questa guerra). I Desiziati sconfissero le prime forze romane che tentarono di affrontarli, spingendo così il resto della Dalmazia alla rivolta. Si unirono ben presto alla ribellione i Pannoni Breuci, guidati da un altro Batone e da Pinnes –le fonti divergono, non è infatti chiaro esattamente se i Dalmati e i Pannoni fossero d’accordo sin dall’inizio o meno.

I primi attacchi di Dalmati e Pannoni furono contenuti a fatica dai Romani. I Pannoni si spostarono subito ad attaccare la città strategica di Sirmium, ma furono fermati e battuti sulla Drava dal governatore della Mesia giunto in soccorso, Cecina Severo, il quale però perse parecchi uomini delle sue tre legioni. I Pannoni presero quindi a dilagare nei Balcani, sino alla Macedonia, uccidendo cittadini e mercanti romani e annientando le guarnigioni isolate che trovavano lungo il cammino.

Batone il dalmata, intanto, invece di unirsi ai Pannoni, aveva condotto il suo esercito sino a Salona, restando ferito da una pietra lanciatagli dalle mura. Pur non potendo condurre di persona le operazioni, fece saccheggiare ai suoi le città costiere dalmate fino ad Apollonia, dove si susseguirono una sconfitta e un vittorioso scontro contro i Romani.

Secondo Velleio Patercolo, anche un uomo dall’animo saldo come Augusto fu estremamente scosso, e prese immediatamente provvedimenti drastici, temendo la calata in Italia dei ribelli: si procedette alla leva per reclutare nuovi soldati, si richiamarono i veterani, si giunse addirittura a far riscattare molti schiavi a famiglie facoltose, per poter disporre di ancora più uomini adatti alle armi (anche se, come annota Svetonio, “senza mescolarli ai soldati di origine libera e senza dar loro le stesse armi.”).

Mentre accadeva tutto questo, Tiberio era in procinto di dare l’assalto ai Marcomanni di Maroboduo. Con l’Italia stessa a rischio di invasione, l’impresa di Germania andava temporaneamente abbandonata, e la rivolta dalmato-pannonica soppressa a ogni costo: Tiberio fu richiamato per prendere il comando delle operazioni.

Probabilmente impegnato in affrettate trattative di pace con Maroboduo, Tiberio mandò avanti Messalla Messalino, il governatore delle regioni in rivolta, per bloccare un eventuale passaggio verso l’Italia ai rivoltosi. Saputo della calata di Messalino, Batone il dalmata avanzò per affrontarlo, seppur ancora ferito. Messalla Messalino, con un’azione eroica, con solo una legione a metà organico, circa 2.500 uomini, affrontò e mise in fuga 20.000 dalmati, dopodiché (forse perché poi battuto, come pare leggersi in Dione Cassio, o comunque non potendo sostenere oltre una lotta tanto impari) si ritirò nella città di Siscia, in attesa dell’arrivo di Tiberio.

Siscia e Sirmium, i due capisaldi romani della regione, erano dunque salvi, ma tutto il territorio in mezzo a questi due insediamenti era occupato dai ribelli.

Verso la fine dell’anno, finalmente anche Tiberio era giunto a Siscia. Pannoni e Dalmati, ora uniti, non osavano comunque affrontare Tiberio in campo aperto, e si asserragliarono sul mons Almus (attuale Fruska Gora), appena a nord di Sirmium. Da qui, oltre a continuare a devastare il territorio, riuscirono a opporsi duramente a Cecina Severo, che a un certo punto dovette tornarsene in Mesia, attaccata da razziatori Sarmati e Daci.

A fronteggiare Dalmati e Pannoni presso Sirmium rimase Remetalce, re di Tracia alleato dei Romani, con la sua cavalleria, giunto in soccorso. Dopo aver sconfitto i due Batoni in uno scontro minore, Remetalce colse una grande vittoria con il fratello Rescuporide contro Pannoni e Dalmati che cercavano di invadere nuovamente la Macedonia.

Il secondo anno: l’arrivo di Germanico e un disastro mancato

Al principio del 7 d.C., secondo anno di guerra, Augusto doveva essere particolarmente inquieto. Pensando che Tiberio avesse la forza necessaria a schiacciare in fretta il nemico, ma che stesse solo indugiando, il Princeps inviò presso di lui il giovane Germanico (nipote di Tiberio e da lui adottato nel 4 d.C.), che allora esercitava la carica di questore, con al seguito parte di quegli uomini, sia di origine libera che liberti, reclutati l’anno precedente, e con viveri per sei mesi.

Tiberio, probabilmente, non stava indugiando affatto, ma attendendo. Alle tre legioni di Mesia di Cecina Severo e alle forze alleate di Remeltace, infatti, si erano da poco unite due legioni di Plauzio Silvano, governatore di Panfilia e Galazia. Ora che queste cinque legioni sarebbero arrivate da occidente a rinforzo delle sue cinque, Tiberio poteva attuare una manovra a tenaglia tra Siscia e Sirmium, per impadronirsi della valle della Sava e tagliare i territori ribelli in due.

Ma ci mancò poco che i rinforzi da est non giungessero mai. Mentre una parte dei rivoltosi si era asserragliata sulle alture mons Claudius, nella Croazia settentrionale, una seconda forza assalì l’esercito di Severo e Silvano mentre poneva il campo presso le paludi Volcee, un luogo oggi non meglio identificato.

Lo scontro alle paludi Volcee andò vicino a essere un disastro: Remeltace e le alae di cavalleria ausiliaria furono messi in fuga, furono uccisi moltissimi ufficiali di ogni grado, l’esercito fu gettato nel caos. Fu soltanto lo sforzo eroico dei legionari a salvare la giornata: “Ma in questa occasione, rifulse più il valore nei soldati romani che dei comandanti. […] queste valorose legioni, spronandosi in circostanze così incerte, piombarono sul nemico e, non contente di sostenerne l’impeto, ne ruppero i ranghi e riportarono una vittoria insperata.”

Avendo evitato il disastro, Severo e Silvano poterono infine congiungersi alle forze di Tiberio. L’immenso esercito ora a disposizione di Tiberio era così composto, secondo Velleio Patercolo: dieci legioni, ovvero circa 50.000 uomini, settanta coorti ausiliarie di fanteria (35.000 uomini) e quattordici alae ausiliarie di cavalleria (7-8.000 soldati), più di 10.000 veterani, un gran numero di coorti volontariorum e i cavalieri di Remeltace.

Secondo Velleio, Tiberio stimò però di avere a disposizione una forza troppo grande per essere gestita correttamente e capace di mostrare la giusta disciplina, per cui si premurò di congedare le sue forze ausiliarie prima dell’inverno.

Ora che aveva il controllo della valle della Sava, il generale poteva combattere i Dalmati e i Pannoni separatamente, e divise allo scopo il suo esercito in varie forze, così da poter battere il territorio più velocemente e attaccare contemporaneamente i ribelli in più luoghi. Durante questo anno di guerra, il giovane Germanico ebbe già modo di distinguersi, sconfiggendo e devastando il territorio della tribù dalmata dei Mazei.

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Un ritratto marmoreo di Tiberio, figlio adottivo di Augusto. Visti i suoi talenti e abilità militari, l’invitto generale romano fu incaricato di prendere il comando della guerra in Pannonia e Dalmazia.

8 d.C.: guerra tra i due Batoni e la sottomissione della Pannonia

Al principio del terzo anno della durissima guerra, Dalmati e Pannoni erano stremati, presi tra la carestia e un’epidemia di peste, ma pur desiderando la pace, rifiutavano comunque di arrendersi. Non si aspettavano certo pietà o perdono da parte dei Romani, cosa che li spronava, nonostante tutto, a continuare la lotta.

A sfiancare i ribelli, più che i Romani, furono le lotte intestine e i tradimenti. Batone il Pannone consegnò Pinnes ai Romani, diventando così capo dei Pannoni Breuci.

Il Batone capo dei Dalmati, venuto a sapere del tradimento, agì con fermezza, catturando e uccidendo il nuovo capo dei Breuci, causando però una rivolta tra i Pannoni. Silvano, visto il momento favorevole, agì contro i Breuci, sottomettendoli insieme a numerose altre tribù pannoni, mentre Batone decise di ritirarsi a sud, non senza prima aver saccheggiato la Pannonia, asserragliandosi tra i monti della Dalmazia.

I Pannoni, infine, dopo un periodo di brigantaggio combattuto da Silvano, decisero per la sottomissione, e presso il fiume Bathinus chiesero la pace.

Prima del ritiro presso i campi invernali, Tiberio affidò il comando generale dell’esercito in Dalmazia a Marco Emilio Lepido. Secondo una delle fonti, Tiberio per l’inverno decise di rientrare a Roma, probabilmente ormai sicuro della vittoria.

9 d.C.: la fine della rivolta.

All’inizio dell’estate, Lepido marciò in Dalmazia, attraversando territori di tribù non ancora toccate dalla guerra, che lo attaccarono. Lepido sconfisse questi popoli, sottomettendoli e restringendo sempre di più il territorio dei Dalmati.

Germanico continuò a distinguersi, catturando alcune città dalmate. A Raetinum fu colto in un’mboscata: penetrando in città, i soldati romani non si accorsero che i Dalmati, rinchiusi nella cittadella, avevano appiccato un incendio. Cercando di sfuggire alle fiamme, molti Romani si esposero ai tiri avversari provenienti dalla cittadella, mentre gli altri furono costretti a gettare i cadaveri dei compagni sulle fiamme, per crearsi una via di fuga. Alla fine, il fuoco si espanse a tal punto che anche i Dalmati dovettero fuggire dall’insediamento, usando un passaggio sotterraneo.

Dei Dalmati, solamente i Desiziati e i Pirusti, asserragliati sulle montagne, continuavano a essere praticamente impossibili da conquistare.

Bisognava sopprimere la rivolta una volta per tutte: Augusto inviò di nuovo Tiberio in Dalmazia, per farla finita con Batone e i ribelli.

Arrivato sul teatro delle operazioni, Tiberio si rese subito conto che anche i soldati ne avevano abbastanza di quella guerra lunga e logorante. Decise di dividere l’esercito in tre colonne: una fu affidata a Silvano, un’altra a Lepido, e tenne la terza per sé e Germanico.

Nonostante le prime due colonne vincessero ogni resistenza con facilità, e nonostante Batone fosse infine confinato ad Andetrio, presso Salona, la resistenza dei Dalmati continuava ad essere accanita.

Da Andetrio, un insediamento fortificato su un altro sperone di roccia. Batone decise di proseguire con una guerra di logoramento, con improvvise imboscate e cercando di tagliare i rifornimenti a Tiberio, che ora paradossalmente si ritrovava quasi nella condizione di assediato. Rifutando però di muoversi da dov’era, a un certo punto Batone volle chiedere la resa, ma non se ne fece nulla, poiché gli altri Dalmati si rifiutavano di arrendersi. Alla fine Tiberio decise di attaccare battaglia, e con un cruentissimo e difficile assalto attaccò e vinse i Dalmati, che si erano schierati fuori della fortezza.

Dopo Andetrio, Germanico si rivolse contro le ultime sacche di resistenza, e inviò una forza guidata da Vibio Postumo a occuparsi di liberare il litorale dalmata dai ribelli rimasti.

Batone realizzò che tutto era davvero perduto. Utilizzando il figlio Sceva come messaggero, mandò a dire a Tiberio che, se fosse stato accordato il perdono a lui e i suoi, si sarebbe arreso. Tiberio accettò, e quella notte ricevette Batone, il quale non chiese alcuna pietà per sé stesso, che aveva causato la rivolta iniziata ormai quattro anni prima, ma impiegò molte parole a favore dei suoi.

Quando infine Tiberio gli chiese come mai avesse condotto i Dalmati in quella guerra, Batone rispose che la colpa era dei Romani stessi, che per guardare le loro greggi (ovvero i popoli sottomessi) non avevano inviato né cani né pastori, ma lupi.

Una vittoria dal sapore amaro

La guerra era finalmente finita. Come commenta Dione Cassio, fu una guerra che comportò ai Romani una enorme spesa di denaro e di uomini, dalla quale non si potè ricavare che un magro bottino. Anche la mancata spedizione marcomannica per portare totalmente il confine dello Stato al fiume Elba, non era ormai che un lontano ricordo.

Germanico tornò a Roma a riferire della vittoria. Augusto e Tiberio furono acclamati entrambi imperator un’altra volta, e si procedette ai preparativi per il trionfo.

Un trionfo che potè essere celebrato solo molto più tardi. Non si fece in tempo a dare notizia della vittoria in Dalmazia, che appena cinque giorni dopo giunse la terribile notizia che, molto più a nord, era appena avvenuto il massacro di tre legioni romane, in quella che passò alla storia come clades Variana: Teutoburgo.


2 thoughts on “Bellum Batonianum: la rivolta dalmato-pannonica (6-9 d.C.)

    1. Probabilmente la eco, soprattutto moderna, che ebbe il massacro di Teutoburgo, ha in grossa parte oscurato questa guerra. Ma d’altronde anche i Romani dell’epoca non ebbero neppure il tempo di festeggiare la, seppur magra, vittoria: la notizia di Teutoburgo li raggiunse appena cinque giorni dopo la fine della rivolta.

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