L’ultima impresa di Belisario: la battaglia di Chettos (559).

Tra i periodi più sfortunati per la città di Costantinopoli, senz’altro va annoverato il torno di tempo tra il 557 e il 559.

La Regina delle città fu duramente colpita da un terremoto e afflitta da continue scosse minori per tutto l’inverno del 557, causando il panico tra i cittadini e danni continui alle strutture. Nella primavera del 558, una seconda ondata di peste si abbattè sulla città, provocando un gran numero di morti (la prima ondata, la cosiddetta “peste di Giustiniano”, si era presentata tra 541 e 542).

Il 558 vide anche un durissimo inverno nei Balcani: secondo una circostanza che lo storico Agazia, nostra unica fonte sugli eventi, dice essere stata usuale, la superficie del Danubio si congelò a tal punto che era possibile attraversarlo a cavallo. Quello stesso anno, gli Unni Kutriguri, guidati dal loro leader Zabergan, si spinsero verso sud, secondo Agazia a causa della peste, che doveva aver raggiunto anche loro, e si fermarono sulla riva sinistra del Danubio. I Kutriguri non persero tempo: sfruttando l’occasione, una forza di almeno 20.000 uomini a cavallo attraversò il Danubio ghiacciato, oltrepassò la Mesia (circa le attuali Serbia e Bulgaria) senza incontrare resistenza e dilagò in Tracia.

Con il termine “Unni”, gli storici tardoantichi definivano in modo generico tutta una serie di popoli che abitavano la steppa euroasiatica e che, a più riprese, dilagavano verso occidente. Così li descrive Agazia: “Tutti questi popoli sono chiamati Sciti in generale e Unni, in particolare, in base alla loro nazione. Così, alcuni sono Kutriguri o Otiguri e altri ancora sono Oltizuri e Burgundi […] gli Oltizuri e i Burgundi erano noti fin dal tempo dell’imperatore Leone e ai Romani di quel tempo e sembravano essere stati forti. Noi, tuttavia, oggi, non lo sappiamo, né, credo, lo sapremo. Forse, sono morti, o si sono trasferiti in un luogo molto lontano.”

Zabergan divise le sue forze in più tronconi. Inizialmente inviò parte dei suoi uomini a saccheggiare la penisola ellenica, e un’altro contingente fu mandato a invadere il Chersoneso tracico, all’epoca difeso da una linea fortificata. Il capo dei Kutriguri sperava, una volta occupata la penisola del Chersoneso, che i suoi guerrieri potessero passare sulla costa anatolica e saccheggiare Abydos. Con un contingente di 7000 cavalieri al suo diretto comando, Zabergan decise invece di dirigersi su Costantinopoli, per costringere il quasi ottuagenario Giustiniano a versargli un tributo. L’imperatore già versava un tributo agli Unni Utiguri, e il fatto che a lui non fosse accordato lo stesso trattamento parve a Zabergan una mancanza di rispetto inaccettabile.

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Le direttrici dell’incursione dei Kutriguri nel 559. Quella diretta verso Costantinopoli fu guidata dal leader della spedizione, Zabergan.

I Cotriguri non incontrarono resistenza nella loro marcia verso Costantinopoli, e si diedero a efferati saccheggi. Agazia descrive con parole terribili le atrocità commesse dagli Unni di Zabergan: “Trovandosi incontrastati, i Cotriguri saccheggiarono e devastarono senza pietà. Presero una gran copia di bottino, e un gran numero di prigionieri. Tra i prigionieri, molte nobildonne che avevano scelto una vita di castità furono crudelmente trascinate via e soffrirono la peggiore delle sfortune, essendo costrette a servire come strumenti di una lussuria senza freni […] E molte donne sposate che a quel tempo erano incinte, vennero anch’esse trascinate via. […] [Esse] partorirono lungo il cammino, senza poter godere di una normale intimità e senza poter nemmeno raccogliere e avvolgere nelle fasce i neonati. Nonostante tutto, venivano trascinate via, e avevano a malapena il tempo di provare il dolore del parto, mentre i miserabili neonati erano abbandonati e fatti a pezzi da cani e uccelli […].”

I Cotriguri ebbero persino modo di oltrepassare le Lunghe Mura indisturbati, troppo a lungo trascurate, crollate in vari punti e senza alcun soldato di sentinella. Agazia imputa la totale mancanza di soldati a Giustiniano, che negli anni precedenti aveva inviato truppe su tutti i fronti (non solo nelle riconquiste occidentali, ma anche sul sempre acceso fronte persiano), lasciando la Tracia e la capitale completamente sguarnite.

In poco tempo, Zabergan arrivò ad accamparsi presso il villaggio di Melantias, distante appena centoquaranta stadi da Costantinopoli (circa 24 km). I comuni cittadini così come le autorità andarono nel panico più totale. Giustiniano ordinò di requisire tutte le ricchezze delle chiese al di fuori della città. Le uniche truppe di stanza a Costantinopoli, che pur fecero sfoggio di presidiare la Porta d’Oro, non erano nemmeno veri soldati, visto che appartenevano all’ormai decaduto corpo delle Scholae, ormai niente più che un reggimento onorifico che stava di stanza solo a corte, e che erano in gran parte, secondo le parole di Agazia, “civili in splendide uniformi”. Nel frattempo, i Kutriguri continuavano a devastare e saccheggiare i territori subito fuori della capitale. La situazione era disperata.

Le Lunghe Mura, o Muro anastasiano, furono fatte edificare dall’imperatore Anastasio (491-518), nel tentativo di porre un’ulteriore linea di difesa a Costantinopoli sul lato europeo, a 64 km dalla città.

Il Muro era completo di torri, fossati, cancelli e fortilizi, e presso alla sezione centrale vi era un grande castrum rettangolare di 250 x 300 m.

Pur trattandosi di un’opera imponente, estendedosi dal Mar Nero al Mar di Marmara con i suoi 56 km di lunghezza ed essendo stato alto cinque metri e spesso tre, non fu granché efficace nel tenere fuori i barbari, che lo oltrepassarono varie volte. Le Lunghe Mura furono definitivamente abbandonate nel VII secolo, e le sue pietre in gran parte riutilizzate per altre costruzioni, come accadde ad altre simili strutture fortificate, come il Vallo di Adriano in Britannia.

Giustiniano si attaccò a un’ultima, flebile speranza. L’imperatore decise di affidare la difesa della città a quello che si era rivelato il più grande e più fedele dei suoi generali: Belisario. Agazia descrive con efficacia come all’ormai sessantenne generale sembrò di rivivere le glorie di gioventù: “E ora, dopo un grande lasso di tempo, ancora una volta indossò l’armatura e l’elmo, e vestita la panoplia familiare di quando era più giovane, la memoria delle imprese passate riempì la mente del vecchio uomo e lo riempì di ardore giovanile.”

Belisario aveva però limitatissime risorse alle quali attingere: pochi soldati e il suo coraggio. Il vecchio generale riuscì a raccogliere una forza di soli trecento uomini decentemente armati e corazzati, veterani delle sue campagne più recenti. Da Teofane Confessore sappiamo che Belisario recquisì tutti i cavalli che riuscì a trovare, compresi quelli delle stalle imperiali. Al seguito di Belisario e dei suoi pochi soldati si pose una massa di civili pressoché disarmati, entusiasti di partecipare all’impresa ma che non avevano mai impugnato un’arma in vita loro, e una torma di contadini le cui proprietà erano state saccheggiate dagli invasori e che non avevano nessun luogo dove andare.

lunghe mura
Il percorso approssimativo delle Lunghe Mura, o Muro anastasiano.

Belisario si accampò vicino al villaggio di Chettos, o Chettus, del quale non conosciamo l’esatta posizione. Da Agazia sappiamo solo che non era molto distante dall’accampamento dei Kutriguri, e che si trovava in una stretta valle, fiancheggiata da boschi. Il generale mise al lavoro i disarmati al suo seguito, sfruttandone il gran numero, facendo loro scavare un fossato intorno al suo campo e mandandone molti a spiare i Kutriguri, per farsi un’idea delle loro forze.

Belisario decise di far accendere un grande numero di fuochi durante la notte: un vecchio trucco per ingannare i nemici sull’entità delle sue forze. Lo stratagemma inizialmente ebbe successo, inducendo a una temporanea inattività i guerrieri di Zabergan. L’inganno però durò poco, e i Kutriguri, venuti a conoscenza della grande inferiorità numerica dei Romani, decisero di attaccare battaglia.

Venuti a conoscenza di ciò, i soldati di Belisario si dimostrarono persino entusiasti, convinti della loro superiorità. “Dopo tutto erano Romani, e avevano già combattuto molte battaglie e affrontato grandi pericoli”, commenta Agazia. Ma Belisario non era dello stesso avviso. Da comandante consumato qual’era, si rendeva perfettamente conto che la situazione era ben diversa, ed ebbe timore che l’eccesso di entusiasmo dei suoi soldati avrebbe causato una sconfitta –del resto era già capitato con eserciti al suo comando in passato: a Callinico nel 531, e durante una sortita nell’assedio goto di Roma del 536-537.

Così, il generale radunò i suoi trecento veterani e li convinse a mantenere un atteggiamento più prudente, poiché “il vostro superiore coraggio è controbilanciato dai loro superiori numeri, col risultato che il vantaggio di una parte è cancellato dal vantaggio dell’altra”. I soldati, niente affatto abbattuti nel morale dalle raccomandazioni del loro comandante, si accinsero a ricevere i Kutriguri.

Zabergan in persona guidò duemila dei suoi guerrieri, ritenuti più che sufficienti, contro i Romani, convinto che li avrebbe spazzati via al primo assalto. Gli esploratori di Belisario avvisarono il generale dell’arrivo del nemico appena in tempo, quando i Kutriguri erano già quasi sui Romani.

Belisario uscì dal campo e schierò i suoi trecento, facendo tutto il possibile per nascondere il loro numero così esiguo. Chiamò a raccolta i contadini e i civili più robusti e ordinò loro di posizionarsi dietro ai soldati, pronti a fare un gran chiasso con dei pezzi di legno quando sarebbe stato necessario. Lui stesso si posizionò in mezzo ai suoi uomini. Inviò inoltre duecento uomini a cavallo armati di piccoli scudi e giavellotti a nascondersi nei boschi che fiancheggiavano la valle, in attesa di un suo segnale.

Quando i Kutriguri furono abbastanza vicini, Belisario e i suoi caricarono frontalmente, mentre civili e contadini facevano un gran clamore. Quando fu dato il segnale (quale fosse, Agazia non lo dice), i duecento cavalleggeri spuntarono ai fianchi degli Unni, scaricando su di loro i loro giavellotti e creando un caos incredibile.

I Kutriguri, disorientati e spaventati dalla confusione e dagli attacchi su tutti i lati, credendo di essere circondati da un esercito molto più grande, iniziarono a stringersi in modo tale da non poter più combattere, né da poter utilizzare i loro archi.

I Romani continuarono a premere e uccidere i Kutriguri, finché questi ultimi non decisero che era troppo. Zabergan e i suoi guerrieri superstiti girarono i cavalli e fuggirono in tutte le direzioni, senza nemmeno curarsi di guardarsi le spalle o di scagliare frecce durante la ritirata. Non sappiamo i numeri dei caduti Kutriguri, ma Agazia ci informa che i Romani non ebbero morti e solo alcuni feriti.

Zabergan e gli Unni sopravvissuti rientrarono al loro campo, temendo che i Romani potessero piombare su di loro da un momento all’altro e annientarli. Belisario probabilmente aveva davvero progettato di attaccare i Kutriguri: per quanto ancora superiori di numero, questi erano grandemente demoralizzati e non avevano davvero idea della reale entità delle forze romane, e le truppe di Belisario avrebbero potuto fare ancora molti danni.

Ma l’attacco non avvenne mai. Belisario e le sue forze si ritirarono immediatamente a Costantinopoli, non per volontà del comandante ma perché richiamato direttamente dall’imperatore Giustiniano. La vittoria di Belisario aveva scatenato non solo lodi pubbliche nelle quali era acclamato come salvatore dello Stato, ma anche invidia e gelosia in molti uomini di alto rango (che Agazia non nomina), i quali si affrettarono a mettere in giro voci ingiuriose, dando a intendere che, corrotto dalla sua popolarità ristabilita, Belisario avrebbe potuto puntare a “cose più alte”, cioé il trono.

Per colpa del richiamo di Giustiniano, eco forse di ingiustificati sospetti mai sopiti dagli anni delle campagne in Occidente, Belisario non potè consolidare la sua vittoria contro i Kutriguri. Questi infatti, dopo che ebbero oltrepassato le Lunghe Mura ritirandosi, convinti che un esercito li stesse seguendo, iniziarono lentamente a tornare verso Costantinopoli. Il resto dei Kutriguri si riunì a Zabergan dopo aver fallito il tentativo di passare in Grecia e dopo essere stati pesantemente sconfitti nel territorio del Chersoneso tracico.

Giustiniano sborsò comunque un’ampia somma di denaro per convincerli definitivamente a lasciare il territorio imperiale, apparentemente segnando la vittoria finale dei Kutriguri. In realtà, il vecchio imperatore aveva architettato un piano ben più complesso, per liberarsi degli Unni.

Giustiniano aveva infatti inviato una lettera a Sandlich, capo degli Utiguri, facendogli intendere che Zabergan avesse devastato il territorio imperiale per dimostrare la superiorità del suo popolo rispetto a quello di Sandlich e per rubare il denaro destinato ai tributi per gli Utiguri. Un affronto inaccettabile per Sandlich, che attaccò i Kutriguri non appena passato il Danubio, uccidendone molti e scatenando una guerra che finì solo per indebolire entrambe le popolazioni unne.

La vittoria di Chettos fu completamente dimenticata e la sua memoria Gli storici romani medievali Giovanni Malala e Teofane Confessore raccontano gli ultimi anni di Belisario. Nel dicembre del 562 dovette subire un processo per tradimento contro l’imperatore. Dopo essere finito agli arresti domiciliari, il 19 luglio 563 finalmente fu scagionato da ogni accusa, e ristabilito in tutti i suoi onori. Morì due anni dopo.

La battaglia di Chettos, nonostante il suo esito fu praticamente vanificato, non fu solo la dimostrazione che Belisario fu uno dei più fedeli comandanti che l’impero abbia mai avuto, che aveva sempre combattuto per la gloria dello Stato e dell’imperatore. La battaglia di Chettos è anche una straordinaria, ultima testimonianza, che insieme alle sue passate vittorie fa meritare a Belisario un posto d’onore nella rosa dei più grandi generali romani di sempre.

belisario
Il probabile ritratto di Belisario negli anni delle campagne di riconquista dell’Occidente, in un mosaico da San Vitale a Ravenna.

2 thoughts on “L’ultima impresa di Belisario: la battaglia di Chettos (559).

  1. Articoli sempre bellissimi, ma perché usate per i caratteri questo grigetto pallido su uno sfondo bianco sparato? Per chi è più anziano è veramente difficile leggere, manca completamente il contrsasto.

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    1. Grazie mille per i complimenti e per l’osservazione. È un problema che ho già riscontrato ma che non ho ancora avuto modo di risolvere, cercherò di avere il testo più scuro quanto prima!

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